Questo studio si concentra sulla figura di Angelo Di Castro, architetto ebreo romano tra i più prolifici nella Capitale, particolarmente attivo nell’ambito dell’edilizia residenziale e per uffici in un arco temporale di circa 50 anni a cavallo del secondo conflitto mondiale, ma anche figura pienamente inserita nel sistema dei grandi concorsi dell’epoca fascista e successivamente nell’opera di ricostruzione attuata dai soggetti pubblici. La dissertazione, partendo dal presupposto che il percorso evolutivo dell’architettura postbellica in Italia non sia ancora esaurito, e che, come sostiene Portoghesi, il carattere ideologico dell'architettura moderna, intesa come compimento di un processo rettilineo e coerente, vada confutato, tenterà di mettere in luce le ragioni di un nuovo apprendistato sul modo di organizzare il progetto di architettura, attraverso un’analisi incentrata sulle qualità dell’azione professionale di Di Castro, quale epigono di quello che è stato definito un "professionismo colto", in grado di dar forma nella metà del secolo scorso a brani di città che, smentendo i giudizi negativi di certa parte della critica, hanno saputo meglio di altri determinare un modello virtuoso e sostenibile di insediamento urbano. Tra le pieghe del Moderno, in quella schiera di ottimi professionisti che, scrivendo poco ma costruendo molto, hanno messo alla prova le speculazioni teorico-pratiche dei Maestri attraverso un metodo veracemente sperimentale, riteniamo si possano rinvenire alcune delle ragioni di un auspicato rinnovamento del nostro mestiere, oggi quantomai urgente. La tesi afferma dunque il valore dell'ordinariness, intesa come buona pratica per una qualità diffusa dell'architettura, in grado di custodire nelle pieghe del suo farsi delle prerogative uniche, anti-ideologiche, adeguate al luogo e alla storia a cui appartiene e senza per questo scadere nella retorica o nel revisionismo. Un'architettura che afferma piuttosto le proprie peculiarità attraverso una paziente ricerca sui propri fundamentals, in contrapposizione alle tendenze che vedono l'architettura come un fenomeno globalizzante e à la page, dove l'estro dell'archistar sembra essere l'unica soluzione possibile al vuoto semantico che la città contemporanea offre alla società civile. La metodologia di indagine prende ampi spunti dall’approccio che gli architetti operanti adottano nell’interpretare l’opera di altri architetti, dissezionando e indagando con diversi gradi di approfondimento la grammatica espressiva, i processi logici e grafici da un lato, e le condizioni esterne e le ragioni costruttive dall’altro, che conducono infine all’opera realizzata o al sogno rimasto nel cassetto. Si arriva così, stilando una sommatoria in grado di restituire più della semplice addizione dei suoi fattori, a definire correttamente il profilo di un architetto e del milieu culturale di appartenenza. Tale approccio alle tecniche di architettura, secondo la definizione data da Giulio Carlo Argan, è riscontrabile in numerosi testi di carattere teorico-critico: si vedano a tal proposito le analisi di Francesco Cellini sull’opera di Ridolfi e Frankl, di Francesco Garofalo e Luca Veresani su Adalberto Libera, di Peter Eisenman su Giuseppe Terragni, di Marco Porta su Ignazio Gardella, eccetera. Da un lato dunque la tesi mira a restituire la completezza di una figura finora degnata di scarsa considerazione (a suo nome figurano ad oggi solamente due brevissime antologie e alcune tesi di Laurea) ma che, pur non figurando nel novero dei massimi architetti italiani del XX secolo, è tuttavia emblematica di un fare architettura legato alla causa concreta della costruzione e per questo, citando nuovamente Quaroni, tra i «più idonei, fra i non molti possibili, a chiarire questo "dialogo", fra idee e loro grafia, fra gusto grafico e sua applicazione alle diverse "occasioni" che costituiscono la vita d’ognuno di noi»; dall’altro, di inserire il prodotto in un quadro teorico e concettuale più ampio, entro il quale attivare confronti e segnalare specificità, nel tentativo di evidenziare delle linee di continuità genealogica tra il cosiddetto “stile Di Castro” e le tendenze romane pregresse, coeve e successive all’opera dell’autore. Lo studio si articola in 6 sezioni, il cui corpo centrale è costituito da un excursus storico-critico della vicenda di Di Castro inserita nel più ampio contesto romano dell'epoca, da un'analisi delle modalità progettuali e delle tecniche inventive adoperate dall'autore nella composizione delle sue architetture, da una serie di testimonianze che aiutano a inquadrare i temi della ricerca e da una selezione ragionata di 10 opere ritenute maggiormente significative dell'opera dicastriana. Tali riflessioni sono precedute da una introduzione dedicata ad inquadrare i motivi della scelta, gli obiettivi prefissati dallo studio e le metodologie applicate, e seguite da una sezione conclusiva contenente un regesto completo delle opere realizzate e dei progetti rimasti sulla carta, una breve biografia, uno schema riassuntivo della sua genealogia professionale e una bibliografia ragionata.

Angelo Di Castro. Tra le pieghe del Moderno

BALDUCCI, FABIO
2018

Abstract

Questo studio si concentra sulla figura di Angelo Di Castro, architetto ebreo romano tra i più prolifici nella Capitale, particolarmente attivo nell’ambito dell’edilizia residenziale e per uffici in un arco temporale di circa 50 anni a cavallo del secondo conflitto mondiale, ma anche figura pienamente inserita nel sistema dei grandi concorsi dell’epoca fascista e successivamente nell’opera di ricostruzione attuata dai soggetti pubblici. La dissertazione, partendo dal presupposto che il percorso evolutivo dell’architettura postbellica in Italia non sia ancora esaurito, e che, come sostiene Portoghesi, il carattere ideologico dell'architettura moderna, intesa come compimento di un processo rettilineo e coerente, vada confutato, tenterà di mettere in luce le ragioni di un nuovo apprendistato sul modo di organizzare il progetto di architettura, attraverso un’analisi incentrata sulle qualità dell’azione professionale di Di Castro, quale epigono di quello che è stato definito un "professionismo colto", in grado di dar forma nella metà del secolo scorso a brani di città che, smentendo i giudizi negativi di certa parte della critica, hanno saputo meglio di altri determinare un modello virtuoso e sostenibile di insediamento urbano. Tra le pieghe del Moderno, in quella schiera di ottimi professionisti che, scrivendo poco ma costruendo molto, hanno messo alla prova le speculazioni teorico-pratiche dei Maestri attraverso un metodo veracemente sperimentale, riteniamo si possano rinvenire alcune delle ragioni di un auspicato rinnovamento del nostro mestiere, oggi quantomai urgente. La tesi afferma dunque il valore dell'ordinariness, intesa come buona pratica per una qualità diffusa dell'architettura, in grado di custodire nelle pieghe del suo farsi delle prerogative uniche, anti-ideologiche, adeguate al luogo e alla storia a cui appartiene e senza per questo scadere nella retorica o nel revisionismo. Un'architettura che afferma piuttosto le proprie peculiarità attraverso una paziente ricerca sui propri fundamentals, in contrapposizione alle tendenze che vedono l'architettura come un fenomeno globalizzante e à la page, dove l'estro dell'archistar sembra essere l'unica soluzione possibile al vuoto semantico che la città contemporanea offre alla società civile. La metodologia di indagine prende ampi spunti dall’approccio che gli architetti operanti adottano nell’interpretare l’opera di altri architetti, dissezionando e indagando con diversi gradi di approfondimento la grammatica espressiva, i processi logici e grafici da un lato, e le condizioni esterne e le ragioni costruttive dall’altro, che conducono infine all’opera realizzata o al sogno rimasto nel cassetto. Si arriva così, stilando una sommatoria in grado di restituire più della semplice addizione dei suoi fattori, a definire correttamente il profilo di un architetto e del milieu culturale di appartenenza. Tale approccio alle tecniche di architettura, secondo la definizione data da Giulio Carlo Argan, è riscontrabile in numerosi testi di carattere teorico-critico: si vedano a tal proposito le analisi di Francesco Cellini sull’opera di Ridolfi e Frankl, di Francesco Garofalo e Luca Veresani su Adalberto Libera, di Peter Eisenman su Giuseppe Terragni, di Marco Porta su Ignazio Gardella, eccetera. Da un lato dunque la tesi mira a restituire la completezza di una figura finora degnata di scarsa considerazione (a suo nome figurano ad oggi solamente due brevissime antologie e alcune tesi di Laurea) ma che, pur non figurando nel novero dei massimi architetti italiani del XX secolo, è tuttavia emblematica di un fare architettura legato alla causa concreta della costruzione e per questo, citando nuovamente Quaroni, tra i «più idonei, fra i non molti possibili, a chiarire questo "dialogo", fra idee e loro grafia, fra gusto grafico e sua applicazione alle diverse "occasioni" che costituiscono la vita d’ognuno di noi»; dall’altro, di inserire il prodotto in un quadro teorico e concettuale più ampio, entro il quale attivare confronti e segnalare specificità, nel tentativo di evidenziare delle linee di continuità genealogica tra il cosiddetto “stile Di Castro” e le tendenze romane pregresse, coeve e successive all’opera dell’autore. Lo studio si articola in 6 sezioni, il cui corpo centrale è costituito da un excursus storico-critico della vicenda di Di Castro inserita nel più ampio contesto romano dell'epoca, da un'analisi delle modalità progettuali e delle tecniche inventive adoperate dall'autore nella composizione delle sue architetture, da una serie di testimonianze che aiutano a inquadrare i temi della ricerca e da una selezione ragionata di 10 opere ritenute maggiormente significative dell'opera dicastriana. Tali riflessioni sono precedute da una introduzione dedicata ad inquadrare i motivi della scelta, gli obiettivi prefissati dallo studio e le metodologie applicate, e seguite da una sezione conclusiva contenente un regesto completo delle opere realizzate e dei progetti rimasti sulla carta, una breve biografia, uno schema riassuntivo della sua genealogia professionale e una bibliografia ragionata.
18-set-2018
Italiano
Architettura; Roma; ebraismo; ordinariness; palazzine; sinagoga; moderno
CARPENZANO, Orazio
GRECO, Antonella
ROSSI, Piero Ostilio
Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14242/94592
Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIROMA1-94592